
Giunto nella capitale Yakutz, via Venezia-Mosca-Novis, mi accorgo subito che il clima è cambiato... siamo già sui -20°! La città è tranquilla, quasi addormentata, conosco l’amico V., una brava e corretta persona, che mi accompagnerà in questo viaggio attraverso piste incontaminate per 2020 km. La capitale è innevata per più di 8 mesi all’anno, c’è una bella atmosfera natalizia, i lineamenti somatici degli abitanti, sempre molto cordiali e socievoli, assomigliano ad un misto tra il buriato, il coreano e il mongolo, ma sono molto più delicati. Percorro e ripercorro la Uliza Lenina, la via principale della capitale, dove osservo con attenzione il museo del permafrost, il porto, completamente ghiacciato, e alcuni negozi del centro. La mente è però sempre proiettata verso quella pista bianca tanto amata e desiderata. Finalmente si parte a bordo di una mitica UAZ van a 6 posti. L’amico Ivan, guidatore e meccanico, è un ragazzone di 25 anni, dal viso simpatico e trasparente, ci fa guidare la sua UAZ per poco tempo, sembra geloso, forse anche per il fatto che conosce alla perfezione le insidie di queste piste.
La prima tappa è Tontor, piccolo villaggio a 40 km da Ojmakon, dove le temperature possono scendere fino a -72° e nelle valli limitrofe anche a -82°. La media su queste piste è di 35/45 km/h. Sono circa le 21.30 quando dopo aver superato una curva ci accorgiamo che è successo qualcosa di strano. Ci fermiamo all’istante e subito ci rendiamo conto che un camion kamaz dopo un “volo” di circa 40 metri è finito in un lago ghiacciato. Tra i conducenti uno è illeso e l’altro risulta decisamente mal ridotto: una frattura del braccio in più punti, mandibola fracassata, denti persi, un taglio alla testa e forse qualche costola incrinata. E’ infreddolito, impaurito, stremato dal dolore e dalla fatica; viene messo nella UAZ, avvolto con delle coperte che avevamo all’interno del mezzo e dopo aver preso un paio di aspirine si addormenta tremando. L’amico lo conforta parlando e accarezzandolo continuamente, condividendo il suo dolore.
Al villaggio mancano 160 km, circa 6 - 7 ore di pista e di scossoni, stavo male per lui ad ogni botta che la Uaz prendeva, ma a queste latitudini hanno un altro fisico, sembrano scolpiti nella roccia. Finalmente arriviamo a Tontor e lo portiamo in una piccola casetta verde dove all’interno c ’è un’infermiera, un po’ seccata, stava guardando un film e noi siamo arrivati proprio sul più bello... fuori c’è una temperatura che sfiora i -40°. Lo fa entrare e lo sistema su una panca senza storia... grandi saluti, un abbraccio sincero e la notte finisce anche per noi, in una tipica isba, dove ci attendeva un minestrone caldo e un letto sul quale riposare. Scosto la tenda dalla finestra, il vetro è ghiacciato e non riesco a vedere neanche il panorama ma sento il freddo, quel freddo che ho sempre cercato per dare sale all’avventura, vivendo con emozione il giorno che sta per iniziare.
La mattina seguente raggiungiamo il cippo di Ojmakon dove si ricorda il periodo in cui le temperature scesero fino a -72°. Siamo ospiti da una signora che ci accoglie nella sua modesta casa, fatta di ricordi, di storie antiche e di tanto calore, la pecka, la tipica stufa russa, sbuffa di calore e di luci, un bel gattone sonnecchia, la casa è pulita, ordinata, c’è tutto quello che serve per vivere il lungo inverno siberiano. Ci parla dei suoi problemi, sempre con il sorriso sulle labbra, ci offre del tè e dei pasticcini e poi va in cucina a prendere dell’ottimo burro da spalmare. Ritorniamo a casa, Tontor, a 40 km da Ojmakon; carichiamo in macchina 4 disperati carichi di vodka, ci ridono, si fanno fotografare in allegria, salutano l’Italia e ci invitano a ritornare. La sera siamo ospiti in casa di una signora che ci prepara un’ottima cena a base di pesce congelato con sale, qualche uova, pane, cetrioli e vodka.
L’indomani mattina partenza per Usta Nera, 280 km di pista, dove l’unico rumore è quello del silenzio rotto soltanto dal passaggio di qualche kamaz. Ore e ore di guida, il bianco e il ghiaccio sono i nostri inseparabili compagni d’avventura. Notiamo delle renne selvagge che ci seguono per qualche chilometro sparendo poi nella taiga senza lasciare alcuna traccia. Un cacciatore di volpi ci saluta, ma appena rallentiamo si è già dileguato, magari avrà pensato che fossimo poliziotti! Cala la sera, le mani sul volante si fanno più stanche, l’occhio scruta la pista, sempre attento e vigile, una mossa sbagliata, una scalata troppo brusca, una curva presa con troppa leggerezza, può essere fatale...in queste piste non passa nessuno, siamo noi e la Siberia più estrema. La monotonia è rotta da un’altra UAZ simile alla nostra, rimasta ferma in mezzo al ghiaccio. Decidiamo di dare loro una mano e dopo 5 minuti tutto è risolto.
Dopo ancora qualche ora di viaggio, arriviamo a Usta Nera, città mineraria dove tutto appare fermo, congelato, soltanto qualche ombra scura cammina per la strada. Andiamo subito alla ricerca di un hotel e di un garage per la nostra UAZ ( soprannominata da Luciano “il trattorino”) evitando così il rischio di non poter partire il giorno successivo (a queste temperature la cosa è molto probabile!). L’hotel ci accoglie con le solite tre porte d’ingresso molto strette, concordiamo il prezzo e ci avviamo nella nostra stanza, tre letti, due sedie, un pigliamosca, dimenticato dall ’estate precedente, un bagno piccolo e poco confortevole, una porta che non si chiude. Ci distendiamo sul letto e dopo qualche minuto crolliamo in un sonno profondo. Bevuto un tè, usciamo nella via principale dove una temperatura di -42° ci sveglia subito dal torpore. Andiamo a visitare il museo, un mix di storia, di gulag, di eventi passati che ci vengono spiegati da un’arzilla signora, dal viso furbo e l’occhio vivo; restiamo volentieri un paio d’ore a sentire la storia e i racconti che si perdono nella notte dei tempi. Appena usciti, notiamo un ufficio postale, entriamo con la speranza di trovare una connessione a internet ... senza successo (del resto a queste latitudini è molto difficile!). Arriva sera, alle 19.00 ci dirigiamo verso un ristorante che funge anche da discoteca, musica assordante, ragazzi e ragazze si scatenano in balli senza sosta. Dopo pochi minuti si sparge la voce che ci sono degli italiani in sala ... qualcuno si avvicina e chiede di fare una foto con noi, poi ci chiamano a ballare, il più bravo è Donato che resta in pista per circa un’ora. E’ molto bello vedere tutta questa gente che si diverte davvero! Ormai sono le 2 del mattino ed è ora di rincasare, domani dobbiamo fare parecchie cose. Fuori la notte è gelida, i nostri passi rompono il silenzio, qualche finestra è ancora illuminata, sembra tutto irreale. Questa atmosfera mi fa tremare dentro, sento il fisico che risponde alla perfezione, si mangia poco, si dorme ancora meno, le giornate durano 18 ore eppure il tuo corpo tiene botta.
Il giorno dopo si dovrebbe partire ma Ivan, ragazzo dal cuore d’oro, ha esagerato un po’ nel mangiare... meglio trascorrere un’altra giornata a Usta Nera evitando di correre rischi. Qualche foto rubata al freddo, un tè in un bar dimenticato, una camminata nella gelida strada principale, una corsa a vedere un gulag (una croce in ricordo di quei morti!). A cena andiamo da una signora di etnia inguscia, trasferitasi a Usta Nera, che ci fa degustare pollo e maccheroni (il primo delizioso ma i secondi immangiabili!). Un’altra alba ci saluta, sempre gelida, la UAZ ondeggia tra buche, tole ondulè ghiacciato e qualche ponte traballante. Attraversiamo alcuni villaggi abbandonati, solo i cani restano guardiani di questa disperazione! Ci fermiamo e con la UAZ sempre accesa mangiamo un panino di lardo, pancetta, salame o salmone, il tutto preparato da Donato che si rivela in questo davvero prezioso! L’allegria è rotta dai quei poveri cani che si avvicinano con timore alla nostra macchina e ci guardano... non possiamo mangiare in questa situazione, ognuno di noi regala loro un pezzo di pane, di lardo o di biscotto. Fuori sembra l’alba anche se sono le 14.00. Ivana dal suo mp3 fa partire la nostra canzone preferita, in macchina cala il silenzio, assorbiamo tutta la musica, ognuno con i propri pensieri, ognuno con le proprie emozioni, i panorami sembrano più dolci, la sigaretta finisce, la musica anche, il sogno però continua!
Ormai è buio pesto, finalmente arriviamo a Sumsan, altra cittadina spettrale, sembra abbandonata invece c’è vita, ma non la vediamo: i soliti palazzoni grigi e il solito freddo che aumenta con la stanchezza. Giriamo 30 minuti, non riusciamo a trovare l’albergo, una specie di casa del popolo; Venvy, l’altro amico russo, esce sconsolato, non c’è posto... ma come non c’è posto, sbotto, chi vuoi che venga qui? Salgo a vedere, tre donne, tipiche russe, mi guardano, respiro profondamente e con molta calma spiego loro, in russo, che siamo stanchi e che stiamo facendo un lavoro fotografico per Mosca... le stanze escono fuori in un batter d’occhio! Dormire in macchina non sarebbe stato il massimo, ma eravamo preparati anche a questa eventualità. Donato si mette a smanettare in cucina e in pochi minuti la cena è pronta; in questo hotel c’è una cucina in comune, si può usare il fornello, le posate e i piatti, poi però bisogna riordinare il tutto.
Nel magazzino, che non è facile da trovare, abbiamo comprato del cibo cinese, scatolette bianche anonime con dentro delle cose colorate... si aggiunge un po’ d’acqua calda e pochi secondi dopo tutto galleggia... diciamo che non è il massimo, ma quando la fame morde, tutto è buono, saporito e indispensabile. Ognuno va nelle sue camerette, il solito letto che pende a sinistra o a destra, una sedia abbandonata in un angolo, un comodino schiacciato addosso al muro, una tenda che ha cambiato colore, un portacenere usato, la solita finestra ghiacciata e un panorama da dottor Zivago fuori dalla finestra. Un tè veloce, il caffè è imbevibile, Ivan recupera la UAZ nel solito garage, ma questa volta trova una sorpresa: qualcuno involontariamente ha preso le sue chiavi, lui mago delle UAZ, stacca due fili e via, siamo di nuovo on the road. Un altro cacciatore attraversa la strada e sparisce, un paio di fagiani bianchi volano lontano spaventati dal rumore insolito della nostra UAZ van. Ci si ferma a fare benzina, siamo sui 4 km al litro e la media più o meno non supera i 40/50 km/h; Vency mi chiede se abbiamo ancora vodka in macchina, chiedo il perchè, mi dice che quello che lavora nel distributore ieri sera ha esagerato con la vodka e così deve berne un po’ per farsi passare il male... rimango stupito ma dico ok, dopo 5 minuti arriva il ragazzo, che vive in un box tipo container, 24 ore su 24, dove dorme, mangia e lavora, in maniche corte, siamo sui -42°, non fa una piega, ringrazia e se ne va ciondolando la sua testa... Anche questa è la Siberia, l’impossibile diventa possibile e il possibile diventa impossibile... prendere o lasciare; la Siberia non puoi capirla, devi solo confidare in lei... questa è la legge della terra addormentata.
Stiamo per raggiungere la città di Magadan, la porta dell’inferno, tristemente famosa ai tempi di Stalin per i gulag e la costruzione della strada delle “ossa” che collega Yakutz a Magadan, dove milioni di prigionieri in situazioni estreme lavoravano per 14 o 16 ore al giorno mangiando soltanto pane e acqua (così racconta la storia!). Sono le 24.00, la temperatura si è alzata, siamo vicini all’oceano, nevica fortissimo, compare la scritta in blu elettrico: MAGADAN. Un brivido ci scuote dentro, è fatta, ci stringiamo le mani, siamo contenti come bambini, ci fermiamo sotto il pilone con la scritta blu, qualche foto, una sigaretta sempre accesa e poi verso la città, pulita, ordinata, tranquilla, vigile... infatti dopo un paio di chilometri prendiamo una multa di 500 rubli per senso vietato. Dopo un’oretta di ricerche troviamo l’hotel che era a 50 metri da dove abbiamo preso la multa; Ivan parte alla ricerca del garage, noi ci sistemiamo nelle camere, ormai è tardi; domani faremo il punto della situazione.
Mentre sistemo la mia borsa, penso alle conferenze che ho fatto in giro per l’Italia, all’interno delle quali mi è stata posta sempre la stessa domanda: perchè proprio la Siberia? Semplice, perchè è tutto maledettamente difficile! La mattina ci svegliamo con un bel manto di neve, 40 cm circa, noi abbiamo quasi caldo, ma sappiamo che quando lasceremo Magadan per ritornare indietro, dopo un centinaio di chilometri, ritroveremo le ormai famigliari temperature (- 42°!). La cittadina di 12.000 abitanti sembra ovattata dal silenzio, la Uliza Lenina è la via principale che attraversa la città, qui si trovano le agenzie, le banche, qualche bar, due hotel e negozi. Andiamo a visitare il famoso monumento del dolore: sorge su una collina, battuta dal vento, una donna di bronzo si copre il viso, dei fiori sono appoggiati vicino, il granito alto 30 metri domina la città; qui si ricorda la morte, qui si ricordano i tempi che non devono ritornare, silenzio e preghiere si confondono nella pace di questa collina. Raggiungiamo il museo dove un “donnone”, che finalmente parla inglese, ci comunica che il direttore è impegnato ma domani sarà a nostra completa disposizione. Ne approfittiamo per conoscere meglio la città che però non offre molto ai visitatori. Decidiamo dopo aver fatto qualche giro di sederci in un piccolo bar dove gustiamo una deliziosa cioccolata calda parlando del più e del meno. Magadan, nome magico, come Timbouctu, Agadez, Varanasi, Cape Horn, rievoca storie affascinanti. Noi siamo qui, a goderci questa “maledetta” Siberia così difficile ma così bella, che quando torni a casa dopo due giorni ti manca... ti mancano i suoi sapori, i suoi profumi e le sue leggende.
